UDK
262.3(497.4 Koper)(091)
Peter
ŠTIH
Filozofska
fakulteta Univerze v Ljubljani, SI-1000 Ljubljana, Aškerčeva 2
IZVLEČEK
Zgodovino
Istre so na prelomu 6. v 7. stoletje, to je v času, ko se 599 prvič omenja škof
na Koprskem otoku, zaznamovale tri stvari: povečan prihod beguncev pred Avari
in Slovani iz panonsko-noriškega prostora, vpadi Langobardov, Avarov in
Slovanov na polotok ter shizma Treh poglavij. Po uvodnem pregledu
oblastno-upravnih struktur bizantinske Istre so podrobno obravnavani vsi trije
omenjeni procesi in njihove posledice, zaradi katerih je polotok zajela huda
kriza.
Ključne
besede: Istra, bizantinska uprava, begunci, Langobardi, Avari, Slovani, shizma
Treh poglavij, 6-7 stol.
ABSTRACT
The
history of Istria was at the turn of the 6th century, i.e. in 599 when bishop is
referred to for the very first time on the so-called Capricorn Island (Koper/
Capodistria), marked by the following three major processes: the increased
arrival of refugees fleeing from the Avars and Slavs in the Pannonian-Noric
territory, the incursions by the Lombards, Avars and Slavs into the Istrian
Peninsula, and the Schism of the Three Chapters. After the introductory overview
of the ruling-administrative structures of Byzantine Istria, all the three
processes are dealt with in detail together with their consequences, due to
which the peninsula was struck by a deep crisis.
Key
words: Istria, Byzantine administration, refugees, Lombards, Avars, Slavs,
Schism of Three Chapters, 6-7 Century
|
L'ISTRIA
AL TEMPO DELLA FONDAZIONE DELLA DIOCESI DI CAPODISTRIA |
Peter
ŠTIH
Facoltà
di Filosofia di Lubiana, SI-1000 Lubiana, Aškerčeva 2
RIASSUNTO
Le
vicende istriane fra la fine del VI secolo e l'inizio di quello successivo,
all'epoca cioè della prima menzione, nel 599, di un vescovo sullo scoglio
di Capodistria, sono caratterizzate da tre elementi: il cospicuo numero di
profughi in fuga davanti ad Avari e Slavi che stavano arrivando dalla Pannonia e
dal Norico, le incursioni di Longobardi, Avari e Slavi e lo scisma dei Tre
capitoli.
Durante
la guerra per l'Italia fra bizantini ed Ostrogoti, l'Istria fu occupata,
probabilmente nel 539, dall'esercito di Costantinopoli. Nei primi tempi della
dominazione bizantina essa continuò, assieme alla Venetia, a formare la
decima provincia italiana (regio X Venetia et Histria), sino a quando i
Longobardi, che nel 568 occuparono tutta la Venetia ad eccezione delle lagune
costiere, posero definitiva fine all'ordinamento augusteo nell'Italia nord
orientale e, di conseguenza, alla provincia, che cessò di esistere,
divisa fra due stati. Allo stesso tempo scomparve un altro aspetto tipico
dell'ordinamento romano, risalente ancora agli imperatori Diocleziano e
Costantino e cioè la divisione fra potere militare e civile nelle
province. Dalla metà degli anni Ottanta del VI secolo, infatti,
nell'Italia bizantina, il potere militare e civile fu riunito nelle mani
dell'esarca, che aveva sede a Ravenna e sotto la cui giurisdizione si trovava
anche l'Istria. Il potere nella provincia era invece concentrato nelle mani del
governatore, o magister militum Grecorum, nominato dall'esarca e del quale si ha
notizia per la prima volta già nel 599. Dal magister militum dipendeva
anche l'amministrazione civile, come appare evidente dal Placito del Risano del
804. Quasi sicuramente l'amministrazione provinciale aveva sede a Pola, perché
era qui, e non a Cittanova, che gli alti dignitari arrivavano ad incontrare il
magister militum o i legati imperiali. Verso la fine della dominazione bizantina
in Istria, il magister militum era quasi sicuramente un rappresentante dei Greci
istriani e non una persona inviata dall'imperatore di Costantinopoli. Nel
periodo fra gli anni 814 e 821, Ludovico il Pio confermò agli istriani le
conclusioni del Placito del Risano ed il loro diritto di eleggere fra le proprie
file, secondo l'antica consuetudine, "rectorem et gubernatorem,
patriarcham, episcopos, abbates seu tribunos et reliquos ordines". Stando a
quest'atto imperiale, si può dedurre che, almeno nell'ultima fase della
dominazione bizantina, i magister militum erano funzionari eletti.
Nell'ordinamento
dei temi, la concentrazione del potere civile nelle mani di alti ufficiali era
un fatto comune. Ma, diversamente dalla limitrofa Dalmazia, che attorno all'anno
870 diventò un tema, l'Istria, a quanto sembra, non ebbe mai questo
status. Più probabilmente ebbe un ordinamento militare e civile
inferiore, come poteva essere, ad esempio un drungariato, un catapanato, un
ducato o un arcontato. Il nome Istria non compare nei documenti ufficiali
bizantini, ma essa sarebbe potuta essere una provincia, com'era il caso della
Venetia (provincia Venetiarum), con a capo un magister militum (sino al 727).
Questa
struttura amministrativa di rango inferiore, aveva fatto si che in Istria
prendesse piede una divisione territoriale in città e castelli. Fra di
essi ed il magister militum non esisteva alcuna autorità intermedia e, di
fatto, la penisola era un'unione di città e castelli autonomi, che
riconoscevano l'autorità diretta del governatore e la sovranità
formale dell'imperatore di Costantinopoli. A guidare città e castelli si
trovavano tribuni, domestici, vicari e lociservatores. Esisteva poi l'assemblea
provinciale (communio), presieduta dal magister militum, che deliberava sulle
questioni più importanti. Possiamo in ogni modo arguire che questi
incarichi, dai nomi così altisonanti, erano riservati ad aristocratici
locali e a burocrati imperiali, che costituivano la classe politica ed economica
dirigente, assieme ai dignitari ecclesiastici – i vescovi. Non si sa tuttavia
se quest'ordinamento, pervenuto sino a noi soprattutto grazie al Placito del
Risano, fosse in vigore già alla fine del VI secolo. C'è però
da supporre che fosse così, almeno nella maggioranza dei casi, se non in
tutti, visto che le cariche più importanti dell'amministrazione istriana,
il magister militum ed il tribunus, compaiono sia nelle lettere di Gregorio
Magno della fine del VI secolo, sia nel Placito del Risano stesso.
L'occupazione
longobarda della Venetia nel 568, avvenuta senza incontrare una seria
resistenza, non provocò solo la fine della "X Regio Italie" e
più tardi, nel 607, la divisione del patriarcato di Aquileia in quello
cattolico bizantino di Grado e quello scismatico longobardo di Aquileia, ma causò
un grande esodo di parte della popolazione. Fra gli esuli, la personalità
di spicco fu senza dubbio il patriarca Paolino, che si rifugiò nella
bizantina Grado, trasportandovi anche il tesoro della chiesa aquileiese.
Ovviamente non va esclusa la possibilità che una parte degli abitanti di
Veneto e Friuli, scappando dai Longobardi, si rifugiasse proprio nell'Istria
bizantina, anche se non esistono in merito dati certi. Ad avere maggiori
conseguenze per l'Istria fu invece lo stanziamento di Slavi ed Avari nella
Pannonia e nel Norico, verso la fine del VI secolo. Nelle nuove condizioni di
pericolo per la proprietà e per la stessa vita, molti abitanti autoctoni
cercarono riparo in Italia, sia nel Friuli longobardo, sia nell'Istria
bizantina. Testimonianza diretta di questo processo è la lettera inviata
nel maggio del 599 da papa Gregorio Magno all'arcivescovo di Ravenna Mariniano,
con la quale, fra le altre cose, lo informa che al castello Novas – oggi
Cittanova – è stato nominato vescovo un certo Giovanni, giunto dalla
Pannonia (episcopus quidam Johannes nomine de Pannoniis veniens fuerit
constitutus). Sotto la sua giurisdizione si trovavano anche gli abitanti
dell'isola di Capris che, "quasi per diocesim" era stata affidata a
Cittanova. Probabilmente Giovanni era stato in precedenza vescovo di Emona –
forse anche di Celea – ed era riparato in Istria assieme ai fedeli della
diocesi, davanti al pericolo costituito da Avari e Slavi. Oltre a quella di
Cittanova, anche la nascita delle altre tre diocesi istriane, delle quali si ha
notizia per la prima volta sul finire del VI secolo (Capodistria, Pedena e
Cissa), potrebbe essere collegata all'arrivo dei profughi che, assieme ai loro
sacerdoti, avevano cercato rifugio nelle più sicure regioni costiere.
Parte
dello stesso processo storico – l'occupazione longobarda dell'Italia e quella
avaro-slava dell'area pannonico-norica – che causò l'arrivo in Istria
di numerosi profughi, furono anche le incursioni di Longobardi, Avari e Slavi.
Le prime razzie ci furono nel 588, ad opera dei Longobardi di re Autari. Questa
guerra, voluta dal re, non era diretta solo contro il potere bizantino in Italia
ma anche in funzione di un consolidamento interno del potere reale di Pavia, in
opposizione ai duchi autonomisti, fra i quali un posto di primo piano spettava
al duca del Friuli, Grasulfo. Questi era probabilmente passato al servizio dei
bizantini con lo status di federato, rafforzando così la propria
autonomia politica nei confronti del re. Uno dei compiti di Grasulfo era,
probabilmente, quello di aiutare l'esarca ed i suoi ufficiali nella difesa
dell'Istria (e del confine orientale italiano) dagli attacchi di Avari e Slavi.
Nel 602 ci fu una nuova invasione dei Longobardi, questa volta alleati di Avari
e Slavi. Si trattò dell'attacco più terribile alla penisola,
frutto degli interessi coordinati del re longobardo Agilulfo e del kagan avaro,
contemplati in ben tre trattati di pace siglati fra i due (591/92, 596, 602).
L'attacco coordinato era diretto contro i bizantini e fece immediato seguito al
trattato di "pace eterna" siglato dagli inviati di Agilulfo con il
kagan. Bisanzio non era, infatti, solo nemico dei Longobardi, con i quali
l'imperatore di Costantinopoli lottava per il possesso dell'Italia in pratica
dal 590, ma anche degli Avari, contro i quali Maurizio era in guerra nei Balcani
sin dal 592. Agilulfo aveva anche un altro valido motivo per attaccare l'Istria:
oltre Bisanzio, il re voleva, infatti, colpire anche il duca Gisulfo II, figlio
del già citato Grasulfo, che nel 590 era diventato a sua volta federato
bizantino. La tomba di un cavaliere longobardo, datata attorno all'anno 600,
trovata a Bresaz, presso Pinguente, con tutta l'attrezzatura e le armi e che,
per ricchezza e struttura dei reperti, può essere annoverata fra i siti
delle cosiddette "tombe principesche", lascia intendere che Gisulfo II
controllava, per conto dei bizantini, uno dei crocevia più importanti
dell'Istria settentrionale. Non è escluso persino che il duca combattesse
quella guerra dalla parte dell'imperatore. Già l'anno successivo (603)
però Gisulfo II si rappacificò con il suo re. Forse questo
riavvicinamento avvenne anche in seguito alla guerra mossa all'Istria dagli
eserciti coalizzati, che dimostrò tutta la vulnerabilità di questa
parte del confine orientale italiano, stretta fra le forze del re longobardo ad
ovest e del kagan avaro ad est.
Gli Slavi minacciavano l'Istria già prima del 602, quando la invadono assieme a Longobardi e Avari. In una lettera del 600, papa Gregorio Magno esprime profondo turbamento a causa degli Slavi "quia per Histriae aditum iam ad Italiam intrare coeperunt". Dalle sue parole si deduce che già alla fine del secolo essi minacciavano il confine orientale dell'Italia, e quindi anche l'Istria bizantina. Proprio alla penisola istriana faceva riferimento, molto probabilmente, anche in una lettera precedente, inviata nel maggio 599 all'esarca Callinico di Ravenna, nella quale si congratulava per le vittorie bizantine sugli Slavi. Gli storici concordano nel ritenere che le battaglie avessero avuto luogo, molto probabilmente, da qualche parte in Istria. Considerate la posizione geografica e le condizioni stradali dell'epoca è ipotizzabile che gli scontri tra Slavi e Bizantini fossero avvenuti nella parte settentrionale dell'Istria, o più precisamente nella zona nord orientale, controllata dal numerus di Trieste e dei vicini castelli (Capodistria, Pirano, Cittanova). Vittorie sugli Slavi furono riportate sia dall'esarca, sia dalle truppe comandate dal magister militum Gulfario, al quale il papa indirizza un ringraziamento per l’"opera gloriosa", sia dalle locali milizie delle città e dei castelli. L'ultima scorreria in Istria di cui si ha testimonianza è del 611 e in tale occasione gli Slavi uccidono un gran numero di soldati e devastano la penisola. L'incursione potrebbe essere legata all'invasione del Friuli da parte degli Avari, datata solitamente nello stesso anno, nel corso della quale fu ucciso il duca del Friuli Gisulfo II e incendiata la sua residenza – Cividale. Particolarmente interessante è l'indicazione secondo la quale gli Slavi uccisero allora molti soldati, milites. Con questo termine potrebbero essere intesi anche i limitanei bizantini, ma la cosa non trova conferma nelle fonti istriane. A quei soldati appartengono forse le necropoli del VII e VIII secolo, scoperte nei pressi dei castelli di Pinguente, Montona, Rozzo e Castello di Visinada.
I
primi insediamenti slavi in Istria vengono fatti risalire proprio a queste
invasioni. Secondo Milko Kos, la prima ondata di stanziamenti slavi,
attraversate le Porte di Postumia, giunse in Istria e sul Carso triestino
intorno all'anno 600, in un territorio che si estendeva sino al margine naturale
a sud dell'antica strada Tergeste – Tarsatica. La prima ondata superò
questo confine naturale solo verso occidente, dove nei pressi di Decani sarebbe
giunta sino al fiume Risano e, lungo l'antica strada che attraverso Covedo
portava a Pinguente, fino a S. Quirico. Secondo Lujo Margetić, invece, gli
Slavi che nello stesso periodo si insediarono in Istria, giunsero da oriente,
dalla direzione Tarsatica e Castua (attraverso il Monte Maggiore). Gli
insediamenti avrebbero interessato l'Istria interna attorno a Pedena e Pisino,
spingendosi a sud e ad ovest all'incirca fino a Barbana, Canfanaro e Antignana.
L'area corrisponderebbe a quella del dialetto ciacavo arcaico. Le conclusioni di
Kos e Margetić non si escludono a vicenda, è assolutamente plausibile,
infatti, che a cavallo del VI e VII secolo l'Istria sia stata al centro di due
distinte ondate di insediamenti slavi, una proveniente da nord e l'altra da est.
La presenza in questo periodo degli Slavi in una parte dell'Istria è
confermata anche dal Liber pontificalis; da esso risulta, infatti, che nel 641 o
642 papa Giovanni IV aveva inviato in Istria e Dalmazia l'abate Martino con
l'incarico di riscattare alcuni prigionieri presso le popolazioni locali, ossia
presso i pagani (gentes). Il pagamento di un riscatto a dei barbari in Istria da
parte dell'inviato papale può significare una cosa soltanto e cioè
che agli inizi degli anni Quaranta del VII secolo, una parte consistente della
penisola, quella in cui erano insediati gli Slavi (sotto la signoria degli
Avari?) era fuori dal controllo delle autorità bizantine.
Le difficili condizioni storiche dell'Istria a cavallo del VI e VII secolo furono aggravate dallo scisma dei Tre Capitoli. Il rifiuto della Chiesa di Aquileia di condannare i Tre Capitoli fu chiaramente espresso dall'arcivescovo Paolino. Fu il primo ad assumere il titolo di Patriarca e nel 568, minacciato dai Longobardi, riparò a Grado (Aquileia nova). Nel 572/577 il patriarca Elia vi convocò e presiedette un sinodo, al quale presero parte altri 18 vescovi, cinque dei quali dall'Istria. Il sinodo rappresentò l'apice dello scisma aquileiese e dimostra l'allora assoluta unità di fede del patriarcato – indipendentemente dalla sua suddivisione politico-statale. Il papa Pelagio II tenta in maniera pacifica, ma senza successo, di far ritornare gli scismatici alla comunione con la chiesa romana, quindi intervengono le autorità bizantine che fanno scoppiare tra i vescovi scismatici le prime divergenze ed una grave crisi. In occasione, o poco dopo la consacrazione del patriarca Severo (586/587), successore di Elia, l'esarca Smaragdo lo deporta a Ravenna con altri tre vescovi istriani, Giovanni di Parenzo, Vindemio di Cissa e Severo di Trieste. Sottoposti a enormi pressioni abiurano lo scisma tricapitolino tornando in comunione con la chiesa cattolica. Ma quando, liberati, rientrano nelle loro sedi, gli altri vescovi si rifiutano di riconoscerli. Sembra che nel corso di un sinodo straordinario (tra il 588 ed il 590), finora mai evidenziato, il patriarca Severo abbia dapprima tentato di riaffermare i vincoli di unità e di fede e di porre fine allo scisma nei termini richiesti da Roma e Ravenna. I nomi dei partecipanti sono riportati da Paolo Diacono (Historia Langobardorum III, 26). Nell'occasione, Severo finì in minoranza e l'iniziativa fallì. La crisi fu ricomposta nel 590, quando al sinodo di Marano, con la partecipazione di dieci vescovi, il patriarca Severo rinunciò a condannare i Tre Capitoli e tornò alla testa degli scismatici. Già nel gennaio del 591 papa Gregorio Magno gli ingiungeva di presentarsi con i suoi vescovi ad un sinodo a Roma, dove avrebbero dovuto tornare in seno alla madre chiesa. Il tentativo fallì perché i vescovi del patriarcato di Aquileia si rivolsero con tre lettere all'imperatore Maurizio che si dichiarò d'accordo con le loro tesi e cioè che la questione dell'unità della Chiesa fosse risolta a Costantinopoli presso l'imperatore solo dopo che fosse stata ripristinata l'unità politica dell'Italia, e proibì al papa di convocare al suo cospetto Severo e i suoi suffraganei.
L'unità
dei vescovi del patriarcato di Aquileia nell'ambito dello scisma non dura a
lungo. Nel 595, i vescovi istriani (episcopi de Histria) Pietro e Provvidenzio
danno segno di propendere per il cattolicesimo, ma non fanno alcun passo
decisivo, restando nello scisma sino al 607. Ciononostante, il partito
tricapitolino incontra sempre maggiori difficoltà nel mantenere le sue
posizioni. Con i cattolici scoppiano conflitti sempre più gravi e attorno
al 600 culminano nella diocesi di Cittanova – Capodistria, in cui si alternano
diversi vescovi cattolici e scismatici, fino a quando un intervento del papa non
fa prevalere il partito cattolico. Nel 602 recede dallo scisma anche Firmino,
vescovo di Trieste. Con il suo passaggio tra i cattolici, gli scismatici perdono
all'inizio del VII secolo l'Istria nord-occidentale, mentre delle restanti
(presumibilmente) quattro diocesi istriane, tre – ignoriamo quali, sappiamo
solo i nomi dei vescovi: oltre a Pietro e Provvidenzio, menzionati già
nel 595, anche Agnello – proseguono nello scisma sino al 607. E' l'anno in cui
muore il patriarca Severo e nel patriarcato di Aquileia (Grado) si tengono
doppie elezioni per il suo successore, Si assiste così alla nascita di
due patriarcati. Mentre a Grado viene consacrato il cattolico Candidiano,
nell'antica Aquileia diventa patriarca lo scismatico Giovanni. L'istituzione del
patriarca cattolico di Grado provoca la rapida sconfitta dello scisma
tricapitolino nei territori bizantini. Vi contribuisce in maniera importante
anche l'esercito bizantino, che costringe con la forza gli ultimi vescovi
scismatici dell'Istria – Pietro, Provvidenzio e Agnello – a sottomettersi a
Candidiano. Solo vent'anni più tardi però viene messa la parola
fine allo scisma tricapitolino in territorio bizantino. Dopo la sua elezione, il
patriarca Fortunato di Grado abbraccia la fede scismatica. E' una posizione, la
sua, politicamente insostenibile, quindi, depredata la chiesa di Grado, nel 628
ripara in territorio longobardo. In questa situazione interviene il papa Onorio
I e in una lettera ai vescovi veneti e istriani dichiara decaduto Fortunato e
impone loro di consacrare patriarca il suddiacono romano Primogenio. Con questo
atto, la chiesa gradense e con essa quella istriana torna definitivamente in
comunione con la Chiesa cattolica romana.
Parole
chiave: Istria, dominazione bizantina, fuggiaschi, Longobardi, Avari, Slavi,
scisma dei Tre capitoli, VI-VII sec.